il fuori programma: una giornata di ordinaria follia nella vita di una danzatrice

ANTROPOLOGIA TEATRALE E TARANTELLA

visioni sulla danza popolare contemporanea

di Tullia Conte

Quando ho cominciato a scrivere questo blog, sapevo che non sarebbe stata cosa semplice. Ho cercato di organizzare il mio lavoro ed i miei pensieri, ho scritto tutti gli articoli di due mesi per essere sicura che davvero ho qualcosa da raccontare sulla tarantella. Nel momento in cui mi leggete vi devo qualcosa: spazio, attenzione, cura della consecutio temporum e della punteggiatura. Tuttavia, una sola cosa sono sicura che non mi perdonereste,  qualora dovesse mancare, ed è la sincerità.

In questi anni di lavoro con la tarantella,  spesso arriva quello che io ho soprannominato il “momento noir”, la cui causa scatenante di solito è la routine: una serata – concerto, manifestazione , festa di matrimonio-  o semplicemente dal pubblico qualcuno che grida “taranta, taranta”.

Tutto improvvisamente si dipinge di nero. Tutto diventa davvero brutto.

Una caratteristica del momento noir è l’accanimento immediato verso entità impalpabili (santabellonia, la vita, il destino), che nel mio caso si riducono ad una: la tarantella. “Perché – mi chiedo a mezza voce – mi accanisco a ballare alle sagre della polenta, su pavimenti precari che un bel giorno comprometteranno i miei tendini forse per sempre, in cambio di quattro lire e l’applauso del pubblico di gigione?

E’ la tarantella. E’ colpa sua, mi rispondo.

Perché passo ore in palestra, a casa, per la strada, ballando. Ballando ed insegnando a ballare a chiunque mi capiti a tiro?

Come sopra.

Chi me lo fa fare di scegliere un ambito professionale in cui non esiste nessuna regolamentazione, nessuna idea, sindacato, centro ascolto, edificio, giornale o giornalista, referente, un comunicato, un avviso: niente.

E’ sempre lei, mi domina ormai, sembra che la tarantella abbia preso in ostaggio il corpo ed il cervello:

“Sono una danzattrice che difende la tarantella come atto artistico! Vorrei che avessimo il posto che meritiamo e spazio per dimostrare quel che valiamo. Vorrei che non dovessimo solo sbatterci come pazzi e accanirci tra noi. 

Noi chi? Noi, le centinaia di danzatrici, danzatori, insegnanti di danza popolare, cantanti, fisarmonicisti, organettisti, polistrumentisti, zampognari e chitarristi e chi ne ha più ne metta, che nessun ente statale considera ne artisti e ne lavoratori dello spettacolo. Chi da anni continua questa strada tra la passione e gli esaurimenti nervosi del caso.

Altro che taranta. Questa è pazzia bella e buona, follia totale.

Sogno Addirittura una Scuola Di Tarantelle Internazionale.

E’ una danza importante, che appartiene alla nostra storia, al nostro popolo. Se la lasciamo sola, con tutto il folk che c’è in giro farà la fine del karaoke, e noi ci perderemo una risorsa, anche economica. Invece di fare come gli spagnoli ed il flamenco, che è diventato una ricchezza di quella nazione!

Di solito quest’ultimo pensiero mi risolleva il morale, mi sento di nuovo motivata e vado avanti da vero kamikaze della tarantella.  Almeno fino alla prossima sagra.

Oggi qualcosa è cambiato. Ed è tutto a causa vostra, cari lettori.

Ero all’apice di un momento veramente noir. Nell’ufficio di  ufficio di sudanzare, la tarantella spesso si balla seduti davanti ad un computer, organizzando corsi, spettacoli e varie.

Nella posta già ben due mail di reclamo dall’Italia, scritte da improbabili quanto illustri colleghi, i quali ci accusano di gravissimi misfatti (essere come Bennato, essere noi stesse, esistere). La terza, con tanto di foto, mi avvisa invece di un video che dovrebbe uscire a breve.

Nella mail mi si avvisa che il video è molto simile a san Tarantella, che  ho scritto e girato qui a Parigi, insieme alla mia socia, Serena Tallarico, e a Stefan Mihalachi abbiamo provanto a riportare la tarantella dove si trova bene: per la strada, ma in una grande città.

Questo fantomatico video di cui mi avvisa la mail dovrebbe aver ripreso l’ambientazione, di conseguenza la particolarità del nostro. Guardo la foto, e subito mi incavolo forte (su facebook) con la presunta interprete, che accuso senza mezzi termini.

Che altro posso fare? Tarantella aiutami tu!

Ho assistito inerme già ad un episodio di plagio messo in atto dallo stesso sogetto. Rivolto ad uno spettacolo bello e davvero magistrale -che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo- Furie e Fauni, scritto e danzato da Maristella Martella e Tarantarte. Questo tentativo di plagio mi aveva già indignato tantissimo.

So che se questa tipa davvero ha plagiato il mio video nessuno potrà fare niente. Sento tutto il vuoto di un arte che pure se è antica, è giovane quando si tratta di video, copyright e coreografia.

La discussione scade prestissimo in un litigio stile cheerleaders, anche io contribuisco come posso, in una totale perdita di lucidità (approfitto per chiedere scusa pubblicamente e sinceramente di questo a tutta sudanzare).

Per fortuna ad un certo punto il flusso di cazzate si interrompe, perchè succede che mi vedo da fuori, come nei film: una carrellata lunga e area.

Vedo che non ho nessuna garanzia di aver preso la strada giusta, solo un forte sentimento che mi fa da scotch per tenere tutti i pezzi. Insieme a me c’è tutto quello che cerco di tenere in bilico, come un castello di carte, e lei, la tarantella, l’entità impalpabile. Questa musica che mi possiede, che mi scuote, che alle volte mi divora.

Vorrei che avesse il posto che merita, vorrei che il suo popolo ne andasse davvero fiero.

Questo è il momento noir topico: se ancora la tarantella non ce l’ha ancora quel posto di tutto rispetto, è responsabilità anche mia. Mia e di tutti noi, danzatrici e danzatori, insegnanti di musica popolare che ci accaniamo in una guerra tra poveri.

Non ho paura a dire che in questo ambiente si gioca al tutti contro tutti, nemmeno io sono sempre integra, attenta a proteggerla la danza, non importa quale piede la stia ballando. Non riesco sempre a lasciare da parte la rabbia e la frustrazione che viene anche da quel senso di non esistenza. Come me, lo so, ce ne sono tanti. Tante.

La novità di oggi, che cambia il corso delle cose, è che invece di fare appello al flamenco ed agli spagnoli per risolvere il momento buio e trovare ancora la forza per combatterla, questa guerra della tarantella ho scoperto che ci sono tanti, ma proprio tanti e tante, come voi, che erano li pronti semplicemente a tenermi la mano. L’ho scoperto perché vi siete presi la briga di inviarmi un mare di messaggi, chi di sincera indignazione per l’accaduto, chi di gentile invito alla calma, ma tutti concordi nel difendere una cosa soltanto: la tarantella.

Di tutti quelli che mi hanno scritto, la maggior parte non li conosco, e molti non sono danzatori\trici, non sono solo parte dell’intricato mondo sociale che si cela dietro la musica popolare, ma anche persone a cui la tarantella semplicemente piace.

La tarantella, come tutte le entità impalpabili è bella e brutta allo stesso tempo, forza motrice e aggregante, ed ha vinto lei. Superiore a tutti gli isterismi da cheerleaders che noi danzatrici siamo capaci di mettere in piazza, solidale sempre con chi non mente.

Grazie dei vostri messaggi, grazie di essere quel pubblico che ognuno vorrebbe, fatto di gente che sulle cose fondamentali non si distrae mai (ai quali spero di assomigliare un giorno).

Grazie, per aver dato un perchè così poetico a questo strano episodio, dove una probabile mitomane invia un email di autodenuncia con tanto di foto nella speranza di procacciarsi un articolo incazzato su questo blog, io ci cado come una sciocca, voi mi salvate in corner.

tullia conte 2012 © riproduzione riservata

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Arthur Schopenhauer – Il mondo come volontà e rappresentazione

“È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua, o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente”

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