La Pausa*

ANTROPOLOGIA DELLA TARANTELLA

visioni sulla danza popolare contemporanea

di Tullia Conte

Photo e Video © Icon_Lab

 

*In una composizione, se la serie è interrotta per una durata di tempo più o meno lunga, si ha l’effetto che viene detto pausa; essa può accadere in qualunque momento della composizione e può avere diversa importanza a seconda della sua durata e a seconda della posizione che è da essa occupata.

Poiché lo sviluppo d’una sequenza non può essere concepito senza che esso dia luogo a un’alternativa di suoni e di pause, è evidente che, in qualunque epoca e in qualunque scuola, sistemi di pause sono stati conosciuti e praticati.

La durata ed il tempo della pausa sono caratteristiche che, come le note o il tipo di melodia, o di passi se si tratta di danza, compongono insieme l’armonia dell’opera.

Il movimento esiste dunque solo relazionato alla sua assenza, e viceversa.

Cosi’ come il maschile e femminile, sacro e profano, bianco e nero, yin e yang, compogono alcune delle dualità che, attraverso l’esistenza di elementi complementari, originano un equilibrio, nella danza popolare della tarantella questo equilibrio é sempre stabilito, sottolineato anche se sottinteso; anche quando a danzare sono due sessi uguali si stabilisce una dinamica di “distribuzione dei ruoli”, volta a preservare questa sopravvivenza di senso.

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La danza popolare viene definita spesso come “danza di corteggiamento”, semplificando il bisogno di ripartire in giusta misura l’equilibrio maschile e femminile all’interno dell’ecosistema creato dal movimento danzato della coppia. Le imposizioni di significati, in qualunque modo applicate, – i danzatori di tango “sono innamorati“, i danzatori di capoeira “devono lottare“, la balerina di flamenco é triste? – sono banalizzazioni pericolose quando si codifica una danza popolare contemporanea.  Questa trasmissione passa per la traduzione in un linguaggio contemporaneo di concetti appartenenti ad una cultura del passato ed al suo mondo mitologico: il linguaggio contemporaneo ci permette di approfondire il senso, non deve servire pericolose semplificazioni.

L’antropologia fornisce valide osservazioni:

“La danza a coppie – come precisa Roberto De Simone (Canti e tradizioni popolari in Campania, Roma, Lato Side, 1979) – non deve assolutamente associarsi all’oleografica danza d’amore tra un uomo e una donna. Tali danze riguardano il folklorismo deteriore e non esprimono affatto il senso culturale del ballo tradizionale”.

Inoltre, come sostiene G. M. Gala in La tarantella dei pastori, Firenze, Ed. Taranta, 1999:

“Ridurre la danza popolare in coppia – forma di gran lunga più frequente in tutta Italia – ad un mero gioco di conquista, innamoramento, litigio, gelosia, vendetta e quant’altro della letteratura “rosa”, priva il ballo di altre dimensioni e di una complessità semantica di cui esso vive. Ciò non toglie che l’aspetto erotico sia una delle funzioni della danza in genere, ma va visto in un orizzonte antropologico più vasto.”

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Nella riproposta artistica contemporanea che riguarda la Tarantella, il gioco é tutto al femminile, si tende a privilegiare una visione consumistica della donna del sud, farcita di cliché, gonna lunga e di capelli ricci. Nella danza popolare contemporanea italiana il movimento perpetuo é sorretto dalle donne, l’uomo non esiste. La sensualità della donna ne risulta ormai esasperata, l’assenza dei danzatori maschi coinvolti nell’affare tarantella rischia di snaturare per sempre un contesto di condivisione che puo’ diventare un covo di suffragette.

Il dialogo con l’elemento maschile é necessario all’anima di questa danza.

In questo contesto, il video promo dello spettacolo Tarantulae, scritto e diretto ed interpretato da Mattia Doto, é l’unico contributo, coraggioso, una voce fuori dal coro importante per dare respiro alla dimensione maschile della tarantella. E del tarantismo, agomento tabù al maschile per sorreggere lo stereotipo folk dell‘indemoniata/tarantata che é sempre una donna del sud. Il riferimento al tarantismo come mondo magico rituale, é elaborato in un linguaggio contemporaneo, nuovo, interessante.

Il legame con la danza butoh, nucleo della ricerca di Doto sul corpo che danza, rivela un’inaspettata connessione di senso tra due danze, nate dalla resistenza, in momenti e contesti totalmente differenti. L’una serve all’altra il suo patrimonio di senso, permettendo al corpo del danzatore degli affondi potentissimi verso quel livido che ognuno di noi sente risuonare quando si tocca questo aspetto della tarantella.

La situazione di monopolio al femminile del movimento artistico, frutto della storia, di lividi, del destino e dei piani di marketing di qualche ente o fondazione regi1151001_504342362991221_1567037127_nonale, é anche ormai responsabilità pedagogica di quante operano nel campo della formazione relativo a queste danze: dovrebbe rappresentare un’esigenza.

Questo lavoro é stato realizzato su un set al maschile, con la sensibile regia di un uomo, tutti i musicisti pure loro uomini sono stati per l’unica donna presente, cioé io, una fonte di apprendimento enorme su come gira il l’altra metà del mondo, sempre a ritmo forsennato di tarantella.

Se volessi tradurre quest’esperienza in un linguaggio coreografico, lascerei fare alle donne, secondo l’uso antico, una pausa, con tanto di punto coronato (point d’accroche), che indica di prolungare il valore. Lasciando tempo ai danzatori di raccontare anche loro qualcosa, lasciando agli uomini lo spazio di esistenza necessario alla formazione di equilibri futuri condivisi più interessanti e quantomai tradizionali.

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tullia conte 2013 © riproduzione riservata

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Photo e Video © Icon_Lab

Mattia Doto

TARANTULAE lo spettacolo

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