“O (notte della)Taranta o morte!”

ANTROPOLOGIA DELLA TARANTELLA

visioni sulla danza popolare contemporanea

di Tullia Conte

Riflessioni a margine dell’articolo “La “pizzica” è finita. Il Sud è in grazia di Dio” di Oscar Iarussi pubblicato sabato, 22 marzo 2014 sulla Gazzetta del Mezzogiorno

 

 

Uno dei problemi culturali del sud (Italia) é il campanilismo [secondo il vocabolario Treccani definibile come “Attaccamento esagerato e gretto alle tradizioni e agli usi della propria città.”]. Questo attaccamento non si configura come una valorizzazione dei propri usi e costumi, piuttosto come una difesa a spada tratta, che spesso rende ciechi ed impedisce la formazione del pensiero critico, che é il motore dell’intelligenza, oltre ad impedire la costituzione di un’identità che possa definirsi nazionale. Ovviamente il problema é più complesso e non riassumibile in poche righe, ma questa premessa é necessaria per quanto segue.
In questo articolo Oscar Iarussi recensisce il film “In grazia di Dio” di Edoardo Winspeare.

Non ho visto il film e non posso dunque esprimere un’opinione a riguardo, ma l’articolo -che mi sembra favorevole nei confronti del film- mi ha colpito perché vi ho letto una perla di intelligenza (quella che nasce appunto dal pensiero critico):
“(…)la pizzica è ormai un ramo dionisiaco della World Music all’apice ogni agosto nella «Notte della taranta» di Melpignano. Il fenomeno, come sappiamo, si presta a incarnare extra moenia una Puglia «mitica» che nella musica nasconde o edulcora i suoi conflitti e le sue ferite. Per esempio il dramma dell’Ilva di Taranto, dove l’estate scorsa si tenne una fallimentare anteprima della «Notte della Taranta».
Il giornalista sottolinea implicitamente  come il fenomeno culturale  della pizzica da espressione di una cultura subalterna é poi diventato parte della cultura egemonica (chi si ricorda di Gramsci?).  Quanti vedono in questa riflessione di Iarussi un attacco alla pizzica come fenomeno, oppure un attacco al salento, oppure un attacco e basta, non capiscono che la salvaguardia di un fenomeno complesso -parte del “fenomeno tarantella”- non puo’ certo passare attraverso la commercializzazione forsennata messa in atto negli ultimi anni, della quale abbiamo prove più che concrete e talmente evidenti che non vale la pena nemmeno citarle.
Non si puo’ sostenere che la “rivalutazione” messa in atto dalle istituzioni (con l’accordo degli operatori culturali), sia una rivalutazione antropologicamente sensata. Piuttosto essa ha assunto i toni di un commercio bieco, che in nessun modo puo’ essere raccontato come  rispetto della propria cultura.  Il commercializzare qualcosa comporta un cambiamento dei contenuti rispetto all’uso, laddove la vendita diventa l’unico scopo (chi si ricorda di Karl Marx?): un aspetto questo che non puo’ essere sottovalutato da chi voglia produrre riflessioni in merito.
La scienza sociale ci fornisce moltissimi strumenti: “Così l’industria culturale arriva a designare, innanzitutto, una fabbrica del consenso che ha liquidato la funzione critica della cultura, soffocandone la capacità di elevare la protesta contro le condizioni dell’esistente. Essa fonda la sua funzione sociale sull’obbedienza, lasciando che le catene del consenso s’intreccino con i desideri e le aspettative dei consumatori.” (chi si ricorda di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno?).

Chi ha la pretesa di definirsi intellettuale dovrebbe padroneggiare queste riflessioni dei grandi maestri del pensiero critico e della scienza sociale, per nutrire la sua visione e scoprire come l’etnocentrismo critico (chi si ricorda di Ernesto De Martino?) sia l’unica dimensione plausibile per affrontare l’analisi di qualunque fenomeno culturale, compresa “la notte della taranta” e annessi e connessi, cosi’ come ha ben fatto  in questo articolo Oscar Iarussi, pugliese.

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Fotogramma tratto dal video di Caparezza “Vieni a Ballare in Puglia”

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tullia conte 2014 © riproduzione riservata

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